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Stop alle pubblicità di aziende inquinanti: la sfida di Greenpeace

8 Giugno 2022

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Greenpeace mette in atto una nuova campagna di Brand Activism per bloccare le pubblicità delle aziende inquinanti. Il divieto di farsi pubblicità porterebbe ad un profondo cambiamento all’interno delle multinazionali, come successo nel 2003 alle aziende del tabacco.

La petizione internazionale di Greenpeace

Immaginiamo un futuro dove l’aria si è fatta irrespirabile, il cielo non è altro che una coltre di nubi tossiche e puoi uscire solo indossando maschere antigas. Angosciante, vero? 

Greenpeace immagina questo futuro distopico con uno spot sfidante ideato dall’agenzia Latte Creative. Nel video si evidenzia il ruolo della pubblicità nel promuovere il business di aziende inquinanti e nel perpetuare l’inganno del greenwashing. Greenpeace ha quindi deciso di lanciare una petizione internazionale per chiedere il divieto di pubblicità e sponsorizzazioni delle aziende del settore fossile.

“Le multinazionali dell’auto, del trasporto aereo e i colossi energetici come Eni e Shell, continuano indisturbate a farsi pubblicità, mentre immettono nell’ambiente enormi quantità di CO2, inquinano l’aria e generano un rischio per la nostra salute e per il Pianeta.”

Si legge sul sito di Greenpeace

L’obiettivo è quello di fermare queste aziende, come successo nel 2003, quando l’Unione Europea ha vietato alle aziende del tabacco di farsi pubblicità.

La strategia di comunicazione di Greenpeace

Le multinazionali più inquinanti del mondo sembrano essere insensibili di fronte a frane, alluvioni e incendi causati dai cambiamenti climatici. Cosa fare allora? Colpirli nel loro punto debole: le perdite finanziarie.

Il divieto di farsi pubblicità potrebbe portare ad un profondo cambiamento: non potendo più pubblicizzare i loro prodotti, si ridurrà il loro potere di influenzare il mercato; inoltre, si vedrebbero costrette a rivedere le loro strategie di marketing.

Non è la prima volta che Greenpeace mette in atto delle strategie di comunicazione con l’intento di sensibilizzare governi e cittadini. Era già successo nel 2020, con una campagna realizzata ancora da Latte Creative e pianificata da Waymedia negli spazi metropolitani e sulle pensiline degli autobus di Roma e Milano. Lo scopo? Invitare i cittadini a chiedere al Governo italiano di rivedere le proprie priorità in materia di assegnazione dei fondi pubblici per la ripartenza del Paese.

Il Brand Activism come scelta etica

Oggi, sempre più spesso, il conseguimento degli obiettivi di un’azienda passa per il cosiddetto Brand Activism, una strategia che fa leva su scelte a livello di responsabilità sociale, ambientale o di governance.  L’ultimo decennio ha visto crescere esponenzialmente i casi di brand activism, attraverso campagne pubblicitarie e spot che colpiscono nel segno e sensibilizzano l’opinione pubblica.

Lo spot di Greenpeace è quindi un altro dei tanti esempi di brand activism che attraverso la pubblicità mira ad un concreto cambiamento sociale. Tra i casi di brand activism ricordiamo la campagna pubblicitaria “Buy a Lady a Drink“ di Stella Artois, che ha stretto un accordo con Water.org per aiutare a sensibilizzare sulla crisi globale dell’acqua. Con la questa iniziativa, è stata fornita acqua potabile a oltre 1 milione di persone.

Tuttavia il brand activism può essere un’arma a doppio taglio. Da una parte si potrebbe conquistare una buona fetta di pubblico sensibile a determinati temi, dall’altra, questa scelta si potrebbe ritorcere contro la stessa azienda. Chiaramente un buon allineamento con i valori del cliente è il primo passo per la riuscita delle strategie di brand activism.

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